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Lo stato e la distribuzione della popolazione

Analisi storica sulla presenza del cinghiale in provincia di Trento

Il cinghiale era presente nel territorio provinciale fino al XVIII secolo, nella fascia dei querceti termofili della Valle dell’Adige e della Valsugana, nonché probabilmente nelle altre valli meridionali della provincia. Tra le testimonianze storiche occorre citare le ricerche di Padre Frumenzio Ghetta, secondo il quale la presenza del cinghiale nel Trentino meridionale, soprattutto nella Valsugana, è ampiamente testimoniata in documenti dei secoli XVII e XVIII. In una nota comparsa su Strenna Trentina del 1980 l’autore si sofferma nella descrizione (sulla base di documentazione dell’Archivio di Stato di Trento: archivio del Principato ecclesiastico di Trento, sezione latina, capsa 31, numero 27) di una battuta di caccia al cinghiale da parte di Bernardo Clesio nel territorio di Nomi, avvenuta l'8 dicembre 1517. Va segnalato d’altro canto come sulla volta del settecentesco capanno di caccia di Scurelle appartenuto alla nobile famiglia dei Buffa, descritto da Luca de Bonetti ne “Il cacciatore trentino” n. 41 (pp. 86-87), fosse raffigurata con un certo dettaglio una battuta di caccia al cinghiale appunto, che “pare sospinto verso recinti realizzati da reti a maglie grosse”: il capanno reca come data di relativa realizzazione il 1675.
Un’ulteriore testimonianza è costituita da una descrizione della selvaggina dei monti limitrofi a Cles pubblicata da Pietro Andrea Mattioli (un naturalista senese che soggiornò negli anni 1527-1542 in Trentino ospite del Principe Vescovo Bernardo Clesio, presso la sua residenza estiva a Cles) nel 1539 ne “Il Magno Palazzo del Cardinale di Trento”, la cui ristampa anastatica dell'originale datato appunto 1539 è stata pubblicata dalla Manfrini Editori di Calliano nel 1984, che si riporta di seguito per estratto: “...E qui ne i monti, e luoghi più alpestri Orsi, Cervi, e Cignal troviamo ogn’hora, e Capricorni, e le Capre silvestri, Ch’a tempo vengan de lor sassi fuora...”.


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Immagine - “Casa Morenberg” a Sarnonico, scena di caccia in cui si vedono chiaramente raffigurati dei cinghiali, l’affresco indicativamente del XVI

Sempre a proposito della autoctonia del cinghiale nel territorio provinciale, va citata da un lato la persistenza della specie nella Bassa Valsugana lungo l’asta del Brenta, nei Comuni di Grigno e Roncegno, fino agli anni 1932-35, periodo in cui la specie era anche cacciata. Sembra inoltre che (probabilmente in seguito a successivi rilasci) in effetti la presenza del cinghiale in questo settore sia proseguita fino al secondo dopoguerra. Ancora, va ricordato come nel Palazzo Guerrieri di Dolcè (VR) sia tuttora conservata la testa imbalsamata di un maschio di cinghiale abbattuto il 6 gennaio 1930 sui versanti soprastanti il paese. Oltre al reperto è conservata una foto dell’epoca, scattata al termine della relativa battuta di caccia: a testimonianza, anche in questo caso, della sopravvivenza della specie appena al di là dei confini provinciali fino ad epoca relativamente recente.
Sulla autoctonia della specie nel territorio provinciale paiono quindi esserci ben pochi dubbi, nonostante accese polemiche che hanno accompagnato il ritorno della stessa nel panorama faunistico provinciale, avvenuto nel corso dell’ultimo trentennio sia nel settore della Destra orografica del Chiese, nella Sinistra orografica della Bassa Vallagarina e in Valsugana. L'origine della popolazione di cinghiale oggi presente nella Valle del Chiese è infatti da far risalire ad operazioni di (re)introduzione abusiva effettuate sia nel confinante Bresciano che (molto probabilmente) nel territorio provinciale intorno al 1984-85. Da un riscontro presso gli archivi dell'Ufficio distrettuale forestale di Tione nonché delle Stazioni forestali interessate, è emerso che le prime segnalazioni “ufficiali” della specie datano appunto al 1985. Il 18 novembre del 1987 l’allora Servizio Foreste, caccia e pesca, rispondendo ad una richiesta della Amministrazione provinciale di Lucca, comunicava che “... in provincia di Trento la presenza del cinghiale è limitata a rare e sporadiche comparse relative a probabili introduzioni abusive di singoli capi”. Le immissioni sono state condotte con tutta probabilità a scopo venatorio ad opera di singoli cacciatori, ed evidentemente non furono autorizzate dall'allora Comitato provinciale della caccia né peraltro condivise dagli organi preposti alla conservazione e tutela della fauna selvatica a livello provinciale.
Tra il 1990 ed il 1991 il controllo della popolazione in esame era già divenuto un’emergenza, tanto che la presenza della specie era accertata nel territorio dei comuni della bassa Valle del Chiese, in quello dei comuni di Pinzolo e Carisolo in Val Rendena e del comune di Sover nella Valle di Cembra: evidentemente in questi ultimi casi si trattava di ulteriori interventi di immissione.
Nei primi anni 2000 sono giunte segnalazioni della presenza del cinghiale dalle Sezioni di Spiazzo Rendena, Strembo e Caderzone (a far data, per quanto concerne Spiazzo, perlomeno dal giugno 2001): in questo caso si tratta probabilmente di due piccoli nuclei presenti, ciascuno composto da 2-3 capi. Altre segnalazioni provengono dalle Sezioni di Faedo, Giovo, Lisignago e Cembra (dal luglio di quest’anno, ma non è escluso che un singolo soggetto fosse qui già presente dal 2001). Ancora più recenti sono le osservazioni di capi di cinghiale (2, forse 3) e dei tipici segni di presenza in riserva di Predazzo, sui contrafforti del Monte Mulat. In tutti i casi citati si tratta con ogni probabilità di immissioni illegali, alle quali il Comitato faunistico provinciale ha inteso dare risposta autorizzando i cacciatori al prelievo della specie in concomitanza con l’esercizio della caccia agli ungulati.
Il 28 dicembre 1990 furono quindi richiesti da parte dell’Amministrazione provinciale pareri al Museo Tridentino di Scienze Naturali ed all’allora Istituto Nazionale di BioIogia della Selvaggina (oggi ISPRA): il primo rispose che “... nella situazione attuale appare invece negativa la reintroduzione più o meno forzata di una specie che appartiene sicuramente alla fauna trentina sotto l’aspetto corologico-biogeografico, ma che ne è divenuta estranea da un punto di vista ecologico-attuale”. Per il secondo “... le considerazioni di carattere ecologico-gestionale, genetico e sanitario relative alla non opportunità di immissioni di cinghiali nella provincia di Trento sono pertinenti e condivisibili: si concorda quindi sulla opportunità di eliminare i residui nuclei di cinghiale”.
Le prime segnalazioni di presenza della specie nel territorio della riserva di diritto di Avio datano invece agli anni 1987-88 (località Tenuta S. Leonardo e Mattone, sinistra orografica: LORENZI, com.pers.). L’origine dei soggetti segnalati in Vallagarina è da far risalire ad interventi di immissione effettuati negli anni settanta nel confinante Veronese: i nuclei più numerosi in Veneto infatti si localizzano sulla sinistra orografica dell’Adige nei comuni di Dolcè e Peri (DE BATTISTI, 1995). I rilasci qui effettuati furono condotti con esemplari di ignote caratteristiche genetiche e sanitarie (ibidem; FERRAIS, com. pers.).
I soggetti immessi in Destra Chiese, in numero che non si è peraltro in grado di precisare, hanno quindi dato origine ad una popolazione il cui areale distributivo è stato definito in maniera più rigorosa in due occasioni recenti. Da un lato infatti, nel quadro dell’indagine sulla distribuzione di alcune specie di fauna selvatica condotta da parte del Servizio faunistico per l’integrazione del Piano faunistico provinciale, sono risultati interessati dalla presenza del suide (nel 1997) circa 13.500 ha di superficie nelle riserve di Storo, Condino, Brione, Castel Condino, Cimego, Daone-Bersone-Praso, Roncone-Lardaro, Pieve di Bono e Breguzzo.
Nel maggio 1999 veniva consegnato dalle Sezioni comunali cacciatori del Basso Chiese, committenti dell’incarico, la Proposta preliminare per la gestione faunistica del cinghiale nei territori di Brione, Castel Condino, Cimego, Condino, Storo - Relazione introduttiva allo studio della specie in provincia di Trento redatta dal dott. Alessandro Barbacovi, professionista incaricato. In questo documento l’areale di presenza della specie era quantificato in circa 12.000 ha in Destra Chiese, oltre a quello del piccolo nucleo stabilizzatosi in sinistra orografica della Val di Daone.
La colonia della Bassa Vallagarina interessa d’altro canto i territori posti in Sinistra orografica dell’Adige delle riserve di Ala ed Avio. Nel territorio della riserva di Ala la presenza data in effetti agli anni 1995-96 ed interessa le località Val Bona, Pozzo di Mezzo, Prà Bubolo e Barognolo.
Occorre peraltro sottolineare come singoli soggetti possano essere segnalati anche a grande distanza dalle popolazioni note: basti citare in questo contesto l’investimento avvenuto il 29 settembre 1996 in loc. Taio di Nomi di un maschio di circa 120 kg di peso, peraltro probabilmente fuggito ex captivo, il cui trofeo è conservato presso l’investitore a Calliano. Od ancora il rinvenimento effettuato nel 1998 di un maschio adulto morto per probabili cause naturali in riserva di Rabbi.


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Immagine - Linee di espansione del cinghiale in provincia di Trento

Nel luglio del 1994 nella Tenuta S.Leonardo fu rinvenuto morto (per probabile caduta da rocce) un maschio adulto di circa 70 kg di peso: il primo abbattimento effettuato dalla Sezione comunale cacciatori di Avio risale d’altro canto al 1997, in località “Caminom”. La presenza del suide si è quindi consolidata, in particolare a decorrere dal 1999. Nella primavera del 2001 sono poi giunte al Servizio faunistico segnalazioni  di “danni significativi procurati dal Cinghiale” nell’Azienda Agricola Marchese Guerrieri Gonzaga (la cosiddetta Tenuta S. Leonardo sopracitata) ed analoghe lamentazioni dal Consorzio di Miglioramento Fondiario di Borghetto all’Adige, senza che peraltro in ambedue i casi siano stati (a quanto è noto) in effetti indennizzati danni.


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Immagine - Distribuzione del cinghiale in provincia di Trento nel 2008

E’ dai primi anni duemila che si verifica un consistente aumento del suide nella zona della Bassa Vallagarina ai confini con la Provincia di Verona, i prelievi di controllo cominciano ad aumentare e ad essere significativi negli anni 2008-2009 con quasi quaranta abbattimenti annui. L’incremento è sempre da imputare a spontanee migrazioni dal confinante territorio veronese, dove il cinghiale ha raggiunto nell’ultimo decennio densità molto elevate. Nel 2013 il piano di controllo per la zona dell’Adige supera i cento cinghiali abbattuti e, come si può osservare dalle cartografie, l’espansione territoriale del suide si porta ancora più a nord, fino a giungere alle porte della città di Trento. Nel Chiese la situazione si mantiene abbastanza stabile negli anni duemila, riscontriamo un evidente calo a fine decennio e precisamente nel periodo 2009-2011, mentre nel 2012, soprattutto durante la stagione autunnale, assistiamo ad uno dei periodi più critici per quanto riguarda i danni legati ai  prativi. Il tutto si origina a causa del forte ingresso di cinghiali dal confine bresciano, dove l’annata 2012 rappresenta la stagione con il massimo numero di prelievi per la provincia di Brescia, 452 cinghiali abbattuti nel Comprensorio Alpino dell’Alto Garda e 220 in quello della Val Sabbia.
Per quanto concerne la Valsugana, in tempi recenti, la specie risulta presente in maniera sporadica e occasionale in tutta l'area fin dagli anni 90. In zona Marzola Vigolana viene a crearsi un nucleo stabile e produttivo nella a partire dal 2007-08, probabilmente per immigrazione dall'asta dell'Adige. Più a est il Tesino viene periodicamente percorso da singoli animali in esplorazione, nel 2003 viene abbattuto un grosso maschio nei pressi del campo da calcio di Cinte Tesino, sempre nel 2003 alcuni esemplari provenienti da una  probabile immissione abusiva vengono abbattuti dagli agenti nella Riserva di Telve, nel 2008 viene rinvenuta la carcassa di un grosso cinghiale nella riserva di Bieno e l’anno successivo un'altra a Pieve Tesino, nel 2009 un cinghiale viene avvistato durante il censimento camoscio a Roncegno.


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Immagine - Distribuzione del cinghiale in provincia di Trento nel 2013

L’attuale distribuzione del cinghiale in provincia di Trento è sommariamente schematizzabile come segue: in Val del Chiese, area storica di presenza del suiforme, le consistenze maggiori si contano in destra orografica tra Prezzo e Storo. Il nucleo della Vallagarina, attestato in maniera stabile fino alla Valle del Leno di Vallarsa, si è espanso al Monte Zugna e recentemente si è congiunto con il nucleo della Vigolana-Marzola di recente formazione. In Valle di Ledro i nuclei gravitano principalmente nella zona di Tremalzo mentre qualche segnalazione giunge anche dalle Giudicarie Esteriori, soprattutto nella piana del Lomaso-Bleggio, dalla Val di Non, dalla bassa Val di Cembra e dal Primiero (in questi ultimi casi si tratta di singoli soggetti erratici).

Situazione 2014

L’intensa azione di controllo operata dai controllori nel 2013, con oltre 7400 uscite e più di 200 capi prelevati, ha indubbiamente portato ad una contenimento della popolazione provinciale. L’analisi comparata dei prelievi, della struttura di popolazione abbattuta, dei danni accertati, del monitoraggio della popolazione (video trappolaggio e transetti neve) portano a svolgere le seguenti considerazione: la popolazione del Chiese ha subito un netto calo delle consistenze dopo l’ottimo risultato del controllo svolto durante la stagione 2013. Gli effettivi sono decisamente calati su tutte le Riserve, ma in particolar modo su Storo e Condino. Un gruppo discretamente numeroso, che ha creato qualche problema anche nella corrente annualità, è assestato fra le Riserve di Castel Condino e Daone, precisamente nella zona di Boniprati. Il calo in zona è anche dovuto al minor numero di cinghiali presenti nel confinate territorio del Comprensorio alpino della Val Sabbia dove il suiforme è ben lontano dai numeri dell’autunno 2012. In Val di Ledro le consistenze sembrano essere stabili, dopo una primavera ed estate relativamente tranquille, abbiamo assistito negli ultimi mesi dell’anno ad un consistente ingresso di cinghiali dal confinante Parco dell’Alto Garda Bresciano soprattutto nella zona di Tremalzo. Qui i danni sono stati sicuramente considerevoli.
Il nucleo della bassa valle dell’Adige (Ala, Avio, Rovereto e Vallarsa in sx orografica del Leno) è da considerare stabile nonostante il numero degli abbattimenti complessivi del 2014 sia inferiore rispetto al 2013. Nel 2014 solo la riserva di Avio ha registrato una sensibile riduzione dei prelievi (da 28 a 7). Nel 2014 i danni segnalati sono stati inferiori alle due annate precedenti.
A partire dai mesi estivi sono stati segnalati alcuni capi erratici sul Pasubio (riserva di Trambileno) e sull’altopiano di Folgaria. In quest’ultimo caso si ritiene si tratti di soggetti provenienti dalla vicina Valsugana. Di questi pochi capi presenti è stato realizzato un abbattimento nella riserva di Folgaria.
Il nucleo della Vigolana, versante sud e est, è stato oggetto di particolare attenzione nel 2014. La positiva dinamica registrata negli anni scorsi è stata arrestata con la sinergia di intervento dei controllori della riserva di Beseno e il personale di vigilanza della foresta demaniale di Scanuppia. L’allestimento di un chiusino in località Campivi in Scanuppia nella riserva di caccia di Beseno ha permesso di abbattere 8 cinghiali. A questi devono essere aggiunti altri 2 capi abbattuti in controllo dai controllori di Beseno e altri 6 soggetti abbattuti dal personale forestale del demanio. I 16 abbattimenti dei 2014 si ritiene siano stati sostanziale per limitare temporaneamente la dinamica del nucleo.
Per quanto riguarda la Marzola, gli abbattimenti del 2014 sono in linea con il 2013 e le altre informazioni in possesso portano a considerare sostanzialmente stabile il gruppo presente che, è necessario specificare, è influenzato nella sua dinamica da quanto avviene nel versante nord della Marzola.
Il nucleo che interessa la zona di Pregasina di Riva del Garda è da trattare con il rimanente territorio della valle di Ledro. In sintesi si può affermare che nel 2014 sono state registrate delle presenze sporadiche che hanno consentito di realizzare due abbattimenti.
Nel rimanente territorio dell’area meridionale sono state segnalate singole presenze sul Baldo e in Vallagarina (Nomi, Pomarolo, Cimone). Per quanto riguarda il Baldo è opportuno segnalare il preoccupante e continuo, anche se ancora poco rilevabile, aumento delle segnalazioni di presenza. Nel 2014 è stato effettuato un rilascio illegale di quattro-cinque soggetti poco a sud del confine provinciale sul versante orientale del Baldo (valle dell’Adige).
per quanto riguarda la distribuzione del cinghiale in Valsugana da un esame della distribuzione degli abbattimenti e dalla raccolta delle osservazioni degli indici di presenza è più che mai evidente che, nel corso del 2014, l’area occupata dalla popolazione di cinghiale dell’Alta Valsugana si sta spostando verso est. Non è il primo anno che si osservano indici di presenza nelle Riserve di Borgo, Roncegno e Grigno ma fino al 2013 i casi erano sporadici e molto probabilmente attribuibili a singoli maschi in esplorazione, durante il 2014 un piccolo di una cucciolata di 3 è stato abbattuto a malga Puisle e tracce attribuibili a femmine con piccoli sono state osservate sia in Val di Sella, comune di Borgo, che in località Fontane, comune di Roncegno, anche a Grigno i cacciatori riferiscono di aver osservato gruppi di cinghiali in più occasioni

La previsione e l’applicazione del controllo: i riferimenti normativi

L’esercizio venatorio in Italia è regolato dalla Legge Nazionale n° 157 del 1992 denominata “Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio”. Detta normativa, all’articolo 18 comma 1 lettera d), “Specie cacciabili e periodi di attività venatoria”, ricomprende   il cinghiale (Sus scrofa) fra le specie cacciabili.
La medesima legge, all’articolo 19 “Controllo della fauna selvatica” comma 2 recita: “le regioni, per la migliore gestione del patrimonio zootecnico, per la tutela del suolo, per motivi sanitari, per la selezione biologica, per la tutela del patrimonio storico-artistico, per la tutela delle produzioni zoo-agro-forestali ed ittiche, provvedono al controllo delle specie di fauna selvatica anche nelle zone vietate alla caccia”. Tale controllo, esercitato selettivamente, è consentito di norma su parere dell'Istituto Superiore per la ricerca Ambientale (ISPRA). Il comma 3 conclude: “le province autonome di Trento e di Bolzano possono attuare i piani di cui al comma 2 anche avvalendosi di altre persone, purché munite di licenza per l'esercizio venatorio”.
La legge provinciale sulla caccia - n°24 del 9 dicembre del 1991 – denominata “Norme per la protezione della fauna selvatica e per l'esercizio della caccia”, all’articolo 29 comma 2, include, fra le specie cacciabili dal 1 ottobre al 31 dicembre, il cinghiale (Sus scrofa). In Trentino peraltro la specie non è mai stato cacciabile; le Prescrizioni Tecniche per l’esercizio della caccia, approvate annualmente dal Comitato Faunistico Provinciale, rinviano alla disciplina del controllo sancito dall’articolo 31 della medesima legge: la caccia al cinghiale (Sus Scrofa) rimane sospesa ed il controllo della specie è disciplinato con deliberazione del Comitato faunistico provinciale adottata ai sensi dell’articolo 31 comma 2.
L’articolo 31 comma 2 recita: “il comitato faunistico provinciale su parere dell'osservatorio faunistico provinciale può disporre - per la migliore gestione del patrimonio zootecnico, per motivi sanitari, per la tutela del suolo, per la selezione biologica, per la tutela del patrimonio storico-artistico, per la tutela delle produzioni zoo-agro-forestali ed ittiche - l'abbattimento o la cattura di fauna selvatica, anche al di fuori dei periodi di caccia e nelle zone in cui la stessa è vietata. Tale controllo faunistico è esercitato dagli agenti preposti alla vigilanza ovvero dai conduttori o proprietari dei fondi o da altre persone, purché in possesso della licenza per l'esercizio venatorio, secondo le indicazioni del comitato faunistico provinciale”.
Il Piano faunistico provinciale, documento tecnico di indirizzo approvato a dicembre 2010 dalla Giunta Provinciale, riporta la distribuzione del cinghiale a livello provinciale e delinea una decisa politica di contenimento della specie, confermando la strategia gestionale in essere e la zonizzazione del territorio provinciale che richiama specifici obiettivi.
Per una visione esaustiva e di maggior dettaglio delle strategie gestionali e delle scelte operate nel tempo si deve fare riferimento alle delibere assunte negli anni dal Comitato Faunistico Provinciale come riportato di seguito.

La vigente disciplina del controllo

Sintesi della strategia di gestione e del protocollo di intesa relativo alla disciplina del controllo del cinghiale in provincia di Trento

L’attuale normativa di riferimento sul controllo del cinghiale in provincia di Trento prende spunto dalla deliberazione 603 di novembre 2011 dove assistiamo, come visto, ad un cambio radicale di approccio rispetto al decennio precedente. Si susseguono leggere modifiche, finché il tutto viene riportato e tradotto nella deliberazione 640 dell’agosto 2013. Con la deliberazione n° 655 del luglio 2014 sono state apportate solamente delle leggere modifiche. La nuova disciplina ha finalità ben precise: “contenere l’impatto delle popolazioni di cinghiali, dove queste sono presenti in maniera consolidata, al di sotto di una soglia compatibile con il normale svolgimento delle attività agricole e con la tutela delle altre componenti dell'ecosistema; evitare l’insediamento della specie nel restante territorio provinciale”. Il territorio è suddiviso in due zone, nell’Area di controllo che corrisponde ai distretti di Chiese e Ledro, alla Vallagarina in sinistra orografica, al gruppo montuoso della Marzola, il Perginese e la destra orografica della Valsugana fino a Borgo, l’intervento è demandato all’Ente Gestore della Caccia (EGC) che svolge un’azione coerente con le finalità sopra descritte e nel rispetto dei criteri e dei limiti dettati dalla delibera.
Nella zona di controllo il Corpo Forestale Trentino interviene solo al verificarsi di situazioni di incolumità e sicurezza pubblica, emergenza, oppure qualora si verifichino situazioni di particolare criticità (ad esempio danni consistenti/estesi) e, contemporaneamente, l’intervento dell’Ente Gestore, sollecitato dal Servizio Foreste e Fauna, non risulti sufficiente o adeguato. Da novembre 2014 sono state incluse nell’area di controllo anche le zone situate in destra Brenta delle riserve di caccia di Novaledo, Roncegno e in parte di Borgo Valsugana.
Nel restante territorio provinciale, è perseguita la finalità di evitare l’insediamento delle specie. Tale area è chiamata “Area a densità zero”. Nelle zone a densità zero il controllo è effettuato esclusivamente dal Personale di Vigilanza senza limitazioni di tempi e modi.
I controllori sono autorizzati a intervenire con le seguenti modalità. Ordinarie: controllo individuale da appostamento fisso o controllo individuale esercitato in concomitanza con la caccia agli altri ungulati da appostamento fisso e in forma vagante; straordinarie: girata, cerca, appostamento fisso (controllo collettivo e controllo individuale), cattura nei chiusini.
Le modalità straordinarie possono essere attivate in qualsiasi periodo dell’anno, qualora il controllo ordinario non risulti sufficiente a raggiungere gli obiettivi individuati. Sono utilizzate esclusivamente sotto stretta vigilanza di un GG (Guardiacaccia dell’Associazione Cacciatori Trentini) che coordina le operazioni ed effettua la denuncia di abbattimento, fatto salvo il caso del controllo individuale da appostamento fisso.
Nella gestione della specie l’Ente Gestore della caccia, in accordo con l’Ente pubblico, concorre ad una complessa strategia di approccio alla problematica legati ai danni del comparto agricolo e forestale causati dal cinghiale. L’EGC della provincia di Trento concorre con la Provincia all’indennizzo e negli interventi di prevenzione dei danni alle colture agricole provocati dal suide. All’EGC compete nel caso del danno ammesso a indennizzo dalla Provincia, la compartecipazione alla relativa spesa versando alla Provincia una quota pari al 30% dell’importo complessivo del danno, con un limite massimo di 10.000 euro all’anno. Nel caso di danno che non raggiunge l’importo minimo ammissibile a finanziamento fissato dalla Provincia con propria deliberazione, l’EGC potrà intervenire con manodopera non specializzata prestata a titolo di volontariato dai cacciatori abilitati al controllo o attraverso terzi per ripristinare il danno.


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Immagine - Zonizzazione provinciale delle aree di gestione

L’abilitazione al controllo del cinghiale

La provincia di Trento ha inteso avvalersi, per l’attivazione del controllo, dei cacciatori in possesso di licenze per l’esercizio venatorio, previa frequentazione di specifico corso formativo. Dopo un iter di corsi e programmi svolti dall’ACT e dall’Ente Pubblico si giunge, nel 2011, ad incaricare della formazione dei controllori l’Accademia Ambiente Foreste e Fauna del Trentino, che svolge un programma di abilitazione impostato su due giorni di lezione. Gli argomenti trattati, per una durata del corso di 16 ore, riguardano: la normativa nazionale e provinciale relativa al controllo, la sicurezza nella gestione delle armi, la biologia e l’ecologia del cinghiale ed infine la gestione della specie e gli interventi di controllo.
Attualmente gli abilitati al controllo in provincia di Trento sono poco più di mille mentre i cacciatori incaricati nel 2014 a svolgere l’azione di controllo  - che risultano essere quei controllori che versano annualmente una quota per l’eventuale rimborso dei danni e che si impegnano a condividere l’impostazione di controllo attualmente in vigore - sono poco più di ottocento.


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Grafico - Riepilogo dei controllori abilitati e incaricati per il controllo del cinghiale

Il prelievo di controllo

Risultati ed efficacia dello sforzo di controllo

Il controllo del cinghiale in provincia di Trento ha inizio nei primi anni novanta, i controllori trentini non vantano all’epoca nessuna esperienza in merito al prelievo della specie. L’impossibilità di utilizzare cani nel controllo al cinghiale impone ai cacciatori locali di ricercare le giuste strategie per abbattere un ungulato sicuramente difficile da prelevare nei nostri contesti territoriali.
Le prime esperienze di controllo sono quelle del Chiese in cui si effettuano abbattimenti di cinghiali da appostamento fisso in zone notoriamente frequentate dal suide o più casualmente durante l’esercizio della caccia agli altri ungulati. Ben presto ci si accorge che le schive e elusive abitudini del cinghiale portano a realizzare sul territorio grandi sforzi di caccia a fronte di risultati per lo più insoddisfacenti. Le limitazioni nelle giornate di controllo e l’accompagnamento obbligatorio in molti periodi dell’anno, come previsto dalle prime delibere di Comitato faunistico, non favoriscono sicuramente un atteggiamento dinamico ed efficace per far fronte, molte volte, a situazioni al limite del tollerabile. Negli anni si introducono modalità che progressivamente portano verso una minor rigidità su tempi, forme e modi di controllo, per arrivare poi nel 1993 alla regolamentazione delle battute realizzate in collaborazione con altri controllori.


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Grafico - Trend degli abbattimenti provinciali in controllo del cinghiale dal 1990 al 2014

Il trend degli abbattimenti rispecchia la situazione storica di presenza del cinghiale sul territorio provinciale, negli anni ’90 la quasi totalità dei prelievi in controllo viene realizzata nel Chiese mentre nei primi anni duemila la presenza della Vallagarina si fa stabile e decisamente consistente a partire dal 2008-2009, fino a diventare - negli ultimi anni - la realtà più considerevole della provincia di Trento. Negli anni si susseguono abbattimenti in varie parti del trentino, grazie alla mobilità di soggetti erratici, ma è solo a partire dagli anni 2012-2013 che si afferma un altro nucleo significativo in Valsugana.
Le aree di grossa presenza del cinghiale nei primi anni duemila sono quindi riconducibili come visto al Chiese e alle zone della bassa Vallagarina. Qui a differenza della zona Giudicariese, un ambiente fittamente boscato porta i controllori a creare sul territorio una serie di “governe” per poter così osservare il cinghiale e poterlo successivamente abbattere. Si viene così a creare sul territorio un sistema di appostamenti fissi e di pasture che negli anni ottiene ottimi risultati in termini di prelievo venatorio e di dissuasione del suide rispetto ai danni sulle coltivazioni grazie al lavoro che queste pasture artificiali riescono a creare portando il cinghiale lontano dalle zone di campagna suscettibili di danno.


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Grafico - Trend degli abbattimenti di aree in controllo del cinghiale dal 1990 al 2014

I due sistemi negli anni producono risultati divergenti, da una parte assistiamo ad un altissimo numero di uscite nel Chiese, accompagnate da scarsi risultati in termine di abbattimenti e con un grosso disturbo per gli altri ungulati a seguito delle numerose battute operate in zona; in Vallagarina il sistema delle “governe” crea le condizioni per ottenere ottimi risultati sul piano degli abbattimenti, seguiti da un minore sforzo di caccia nel rispetto della tranquillità per gli altri ungulati.
Nel corso degli anni, la conoscenza delle abitudini della specie e il confronto con le altre esperienze italiane in merito alla gestione del cinghiale portano ad includere, nella delibera 603 del 2011 sotto la forma del controllo straordinario, la tecnica dei chiusini. Con la successiva delibera la n° 640 del 2013 viene autorizzato, sempre nel controllo straordinario, l’utilizzo del faro nelle ore notturno. In questo caso il controllore deve sempre essere accompagnato da cacciatore abilitato.

BOX: I chiusini come nuovo strumento di controllo

Il chiusino è una struttura piuttosto semplice, di facile assemblaggio, costituita da pannelli con telaio tubolare a sezione quadrata, a cui è saldata una griglia in ferro, entrambi zincati. Le trappole, analoghe a quelle illustrate nelle foto, sono a pianta grossomodo trapezoidale o quadrata, sprovviste di coperture e basamento. La parte frontale è munita di un ingresso con chiusura a ghigliottina comandata da innesco collegato ad un filo teso in prossimità del fondo della gabbia. Il vantaggio delle trappole mobili è costituito dalla loro semplicità montaggio e di spostamento, che risulta massima nel caso in cui si abbia la possibilità di sollevare con un braccio meccanico la trappola e trasportarla con un mezzo adeguato. Si comincia a sperimentare l’impiego di questo tipo di struttura nei primi mesi del 2012 ma è solo nel 2014, a fronte di una difficile situazione legata a danni nel Comune di Castel Condino, che viene realizzato e attivato il primo chiusino provinciale. La struttura viene costruita e messa in funzione fra il 22-23 luglio in località Crone, la sera del 24 luglio la trappola cattura tre striati che vengono abbattuti secondo la normativa vigente.


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Immagine 15. il chiusino costruito ed attivato a Besenello

Sulla scorta dell’esperienza di Castel Condino vengono successivamente costruiti nel corso dell’anno altri due chiusini: uno a Besenello, che porta a due catture di sei e due soggetti rispettivamente il 10 settembre e il 14 dicembre, e un altro a Tremalzo sul comune di Ledro, che porta alla cattura di un soggetto adulto in data 31 dicembre.


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Immagine 16. il chiusino costruito ed attivato a Tremalzo in Val di Ledro