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STATUS DELLA VOLPE (Vulpes vulpes, L. 1758) IN PROVINCIA DI TRENTO

 

 

 

tratto da Spagnesi M., A.M. De Marinis (a cura di), 2002 – Mammiferi d’Italia. Qand. Cons. Natura, 14, Min. Ambiente – Ist. Naz. Fauna Selvatica

 

PREMESSA

L’Associazione Cacciatori Trentini (ACT) a fronte del quadro di conoscenze complessivamente lacunoso riguardante lo status della volpe (Vulpes vulpes L., 1758) in ambito provinciale, intende fornire attraverso il presente rapporto un quadro aggiornato della situazione della specie a scala provinciale – a partire dai dati di monitoraggio, del prelievo venatorio, dello stato sanitario – al fine di poggiare le eventuali scelte gestionali su solide basi tecniche.

BIOLOGIA DELLA SPECIE

Sistematica:

Classe:     Mammiferi
Ordine:     Carnivori
Famiglia:  Canidi
Genere:    Vulpes
Specie:     Vulpes vulpes

Le 12 specie del genere Vulpes sono distribuite in un vastissimo territorio che interessa l’Europa, il Nord America, gran parte del continente africano e ampie zone dell’Asia. Tra i rappresentanti di questo genere vi è il gruppo delle cosidette “volpi rosse”, costituito da 5 specie euroasiatiche e nordamericane (Boitani, Vinditti, 1988). La plasticità ecologica di questo carnivoro è alla base della sua ampia distribuzione, e lo fa il carnivoro più diffuso ed adattabile al mondo.

Figura 1: Areale della volpe (Vulpes vulpes): verde = nativa, blu = introdotta, arancio = presenza dubbia (da www.wikipedia.com)

 

Per la IUCN lo status di conservazione della volpe rossa è ‘rischio minimo’.

Figura 2: Status di conservazione della volpe rossa (Vulpes vulpes) per la IUCN

 

Secondo quanto riportato da Spagnesi (2002), benché non esistano conoscenze precise circa lo status complessivo delle popolazioni in Italia, la specie sembra essere generalmente abbondante sul territorio nazionale e non presenta particolari problemi di conservazione, nonostante venga regolarmente cacciata e sottoposta a piani di controllo numerico a scala locale. Questo anche grazie all’efficienza del ciclo riproduttivo della specie, che compensa rapidamente perdite numeriche anche consistenti, derivanti dall’attuazione di piani di controllo o, come spesso accade, attribuibili agli effetti di malattie infettive quali rabbia, rogna o cimurro, che periodicamente e localmente decimano le popolazioni di volpe. Tale ripresa delle consistenze è possibile anche grazie al regime alimentare della volpe, che risulta essere quello di grande opportunista: secondo quanto riportato da Boitani in vari studi la volpe si ciba di ciò che più facilmente reperibile in un certo luogo e in un dato momento. Ad una riduzione della densità dovuta a fattori esterni la popolazione può quindi rispondere essenzialmente attraverso tre modalità: l’aumento del tasso di natalità, la diminuzione del tasso di mortalità e l’aumento del tasso di immigrazione.

Nel territorio della provincia di Trento è stata verificata la presenza della specie in tutte le aree vocate ma anche in quelle apparentemente meno idonee, con l’esclusione delle sole aree urbane del fondovalle (anche se presente nelle periferie delle città, magari limitatamente alle ore notturne, grazie ad una disponibilità trofica derivante dai rifiuti e da altre attività umane) e di alcune aree di isolamento fra l’Adige e la grossa rete viaria a nord di Trento. Anche in alta montagna, ad esclusione delle sole vette più elevate ed ambienti prettamente rocciosi, la presenza della specie è stata accertata, seppur a densità meno elevate. Ad oggi il Piano faunistico provinciale, pur non riportando dati certi in merito alla presenza e densità, considera la volpe “come il più grande predatore presente in modo uniforme sul territorio e quindi come una risorsa per l’ecosistema e per l’uomo. Questa specie si colloca al vertice della piramide ecologica in tutti gli ambienti nei quali non sono presenti predatori di grossa taglia.” Tale affermazione peraltro pare non considerare, come si vedrà in seguito, il ruolo chiave della specie nella trasmissione di importanti patologie anche pericolose per la salute umana.

CENNI STORICI SULLA CACCIA ALLA VOLPE IN TRENTINO

La volpe in Trentino, proprio per la sua grande plasticità ecologica e la conseguente numerosità, è stata storicamente oggetto di un prelievo intenso e distribuito per gran parte dell’anno, causa le predazioni a danno degli animali da cortile e in ragione del valore della pelliccia invernale. Anche per questo motivo la legislazione venatoria dell’epoca (1900) la classifica, al pari degli altri carnivori e mustelidi, come un “nocivo”, consentendo periodi e mezzi di prelievo molto diversi e più ampi rispetto agli altri mammiferi normalmente cacciati.

In Trentino non esistono dati storici sulla consistenza della specie e scarsi sono, per il passato, anche i dati dei prelievi ufficiali dedotti dai carnieri stagionali. A questi ultimi sfuggivano infatti le catture effettuate con qualsiasi mezzo: tagliole, lacci, trappole (anche da parte di non cacciatori) e quelli effettuati fuori dal periodo di caccia.Interessante è il dato riportato da Sisinio Ramponi, in Mammalofauna rapace, sul numero di volpi abbattute dal 1886 al 1912, pari a 17422 con una media annuale di 645 capi. L’autore considera i dati desunti dagli abbattimenti ufficiali, non si conosce peraltro come e da chi ricavati e con quali finalità. Esso rappresenta in ogni caso un dato significativo che testimonia comunque la presenza di una popolazione di una certa entità.Altro dato storico è quello contenuto nell’inchiesta faunistica sulla selvaggina della provincia di Trento effettuata  nel 1929 dall’Associazione Cacciatori Fascisti. Da questo documento, per la prima volta, si ottiene un quadro completo e dettagliato, comprendente anche i valori economici della fauna abbattuta: sono 753 le volpi abbattute (ci sono inoltre 92 ermellini, 93 faine, 40 lontre, 274 martore, 1 orso, 25 puzzole, 305 tassi) per un valore pari a 120 lire per esemplare prelevato, esattamente la metà del valore assegnato al camoscio. In termini assoluti, rispetto al valore totale della selvaggina abbattuta, le volpi rappresentano la quarta specie più importante dopo le lepri grigie, le lepri bianche e le martore. Ciò a significare il grande valore allora assegnato alla volpe e agli altri mustelidi, in particolare per le pelli ampiamente utilizzate nella pellicceria. Riguardo la numerosità e la dinamica della specie nei vari territori comunali, la volpe è data come la specie più diffusa e addirittura in aumento.

Questa situazione venatoria era certamente resa possibile dallo status giuridico di “nocivo” riservato dalla legislazione allora vigente, ossia il primo testo unico sulla caccia del 1923, successivamente aggiornato e sostanzialmente applicato in provincia di Trento fino agli anni 80. In quegli anni, la cattura e l’uccisione della volpe era sempre permessa con qualsiasi mezzo ad opera dei guardiacaccia o dei concessionari delle riserve ed anche ai cacciatori autorizzati.

Negli anni ’70 crolla il valore della pelliccia e le tre-quattro concerie attive in provincia di Trento che conciavano circa 400-500 pelli di volpe cessano la loro attività. I soli guardiacaccia, che utilizzavano le esche avvelenate nel periodo invernale, catturavano 500-600 volpi l’anno. Anche la diffusione, in quegli anni, della rogna sarcoptica determina l’impossibilità della conciatura delle pelli il cui costo non veniva più compensato dal valore dellavendita della pelle conciata. L’interesse, almeno tra gli agenti etra i pochi appassionati della caccia alla volpe,viene stimolato e compensato dai premi pubblici elargiti nella campagna della profilassi antirabbica: il premio viene stabilito in 60.000 lire nel 1985-86-87 e 50.000 lire negli anni 1991-92. Scompare invece, per effetto delle norme di profilassi e il conseguente divieto dell’uso del cane segugio, la tradizione della caccia alla volpe con il cane, pratica diffusa anche nella caccia alla lepre, allora certamente abbondante e per la quale la volpe era considerata un terribile nemico. Non era invece praticata in Trentino la caccia col cane da tana, per la tipologia delle stesse in gran parte in roccia, mentre era abbastanza comune la caccia sulla tana alle cucciolate, con l’uso del carburo o dello zolfo incendiato.

Con le Leggi Nazionali 968/77 e 157/92 scompare il concetto di “nocivo”, conseguentemente vengono meno tutte le modalità e le forme straordinarie di riduzione delle specie predatrici. L’articolo 10, comma 1 dell’attuale legge 157/92, introduce l’obbligo di una pianificazione faunistico-venatoria per le specie carnivore, finalizzata “alla conservazione delle effettive capacità riproduttive e al contenimento naturale di altre specie”. Una finalità specifica ed importante, comunque conservativa, per garantirne la riproduzione e soprattutto per mantenere un equilibrio con le altre specie delineando, in uno specifico articolo, l’attività di controllo per ripristinare e mantenere gli equilibri faunistici ed ambientali. La legislazione provinciale, se pur precedente di un anno rispetto a quella nazionale citata, consente il controllo nel rispetto di determinate procedure e secondo specifiche modalità.

ANALISI SULLA CONSISTENZA E DINAMICA DELLA SPECIE

Il monitoraggio di base attuato in provincia di Trento per verificare lo status della volpe si basa su due metodiche: il censimento notturno con l’ausilio del faro svolto in contemporanea al censimento primaverile del cervo e la raccolta, a fine stagione venatoria, del numero dei capi abbattuti. Per entrambe le metodologie di monitoraggio occorre fare alcune precisazioni.

Per quel che riguarda il censimento notturno è a partire dal 2010 che la metodologia di rilievo si può definire standardizzata a tutti gli effetti, ovvero da quando è iniziato il secondo periodo della delega di gestione del cervo, e di conseguenza anche dei censimenti notturni con il faro, di cui all’art. 15 della L.P. n. 24/91. Da allora infatti sono stati rivisti e razionalizzati i transetti di censimento pertanto, a partire dal 2010, vi è una reale confrontabilità dei dati (anche se per questo non si debba non tener in considerazione i dati dei censimenti precedenti). Per tale motivo, nel grafico 1, viene comunque riportato il numero di soggetti contattati dal 2003, come massimo avvistato nelle uscite primaverili effettuate ogni anno a scala provinciale. Come si può notare, nonostante le fisiologiche oscillazioni del numero di capi avvistati, che sono note in bibliografia, vi è un trend di crescita nel numero di volpi censite. Più precisamente, si riscontra una stabilità o un leggero decremento nel periodo 2003-2009, probabilmente quale conseguenza dell’epidemia di cimurro prima e di rabbia poi. A partire dal 2009 invece – post inizio della campagna vaccinale antirabbica ed ormai terminata l’epidemia di cimurro – si inizia a registrare un costante incremento della specie. Solo nel 2014 si verifica una leggera flessione, la cui causa può essere relazionata ai nuovi casi di cimurro riscontrati o ad una normale fluttuazione dei capi avvistati.

Grazie alla standardizzazione dei transetti di censimento, a partire dal 2010, è possibile riportare anche i valori dell’IKA calcolati rispetto al numero di volpi avvistate: tali valori, evidenti nel grafico 2 a scala provinciale, denotano un leggero trend di crescita dei soggetti avvistati. Occorre precisare come solo dopo l’allarme conseguente ai primi casi di rabbia riscontrati nella confinante provincia di Belluno, l’attenzione nel conteggio delle volpi sia aumentata, mentre negli anni precedenti, perlomeno in alcune situazioni, potevano non essere registrate tutte le volpi effettivamente avvistate. Tale fatto coincide proprio con gli anni 2009/2010, dopo i quali la totalità di volpi avvistate viene effettivamente registrata, così come gli operatori impiegati durante i censimenti sono consci dell’importanza a fini gestionali del dato raccolto.

Grafico 1: Capi di volpe avvistati per anno (come dato di massimo avvistamento) dal 2003 al 2014

Grafico 2: IKA delle volpi avvistate per anno per anno e per uscita (a sx) e IKA massimo per anno (a dx)

Per avere un’idea più precisa dell’andamento degli avvistamenti nei diversi ambiti interessati dal censimento, nel grafico 3, sono riportati gli IKA registrati nei 20 distretti faunistici raggruppati per area geografica (area nord-occidentale distretti Alta Val di Non, Destra Val di Non, Sinistra Val di Non e Val di Sole; area nord-orientale distretti Cembra, Fassa, Fiemme e Primiero; area sud-orientale distretti Chiese, Giudicarie, Ledro e Rendena; area sud-orientale distretti Alta Valsugana, Bassa Valsugana, Pergine-Pinè-Mocheni e Tesino; area meridionale distretti Destra Adige, Sarca, Sinistra Adige e Trento). Come si può notare i valori sono molto differenti fra loro, fino a quasi 5 volte fra il dato minimo e quello massimo. Risulta, ad esempio, come l’area con il valore di IKA più basso sia quella nord-occidentale, che ricomprende i 3 distretti faunistici della Val di Non. È chiaro che in un ambiente vocato all’agricoltura intensiva ricco di filari (meleti in particolare) la contattabilità della volpe risulta essere molto inferiore rispetto alle zone prative e aperte. Inoltre occorre considerare che le aree censite sono tendenzialmente quelle di fondovalle dove è nota la concentrazione dei cervi al pascolo nelle ore notturne. Il cervo infatti rimane la specie targhet del censimento primaverile con il faro, altre aree idonee alla presenza della volpe non vengono infatti per ora monitorate.

Grafico 3: IKA delle volpi avvistate per anno per area di gestione

Per quel che riguarda il prelievo, nel grafico 4 si riportano il numero delle volpi abbattute dal 1997 al 2013 come risultante dall’analisi dei carnieri di caccia. Dal 2010 al 2013, ai valori riportati, devono aggiungersi quelli relativi al numero di capi abbattuti dagli agenti di vigilanza al fine di monitorare l’efficienza del vaccino contro l’epidemia di rabbia che ha interessato (in parte) il territorio provinciale: tale dato viene riportato nel grafico 5. Come si può notare, nel 2010/2012 il prelievo delle volpi è stato annualmente fra i più alti del periodo 1997/2013, ciò nonostante l’andamento del numero delle volpi censite, evidenziato dal grafico 1, è comunque cresciuto. Inoltre, lo stesso grafico sottintende lo scarso interesse venatorio alla specie, in quanto al presentarsi di necessità più importanti – prelievo per controllo sanitario – il carniere della specie potrebbe evidentemente aumentare di molto, fino anche a tre volte tanto. Infatti, fino agli anni ’90, l’interesse venatorio nei confronti della volpe poteva ancora considerarsi medio-alto; poi, con l’aumento degli ungulati, camoscio e cervo in particolare, è calato drasticamente. Ad oggi, si è a conoscenza che solo localmente qualche Riserva o qualche singolo cacciatore eserciti la caccia alla volpe in maniera mirata, mentre per la gran parte dei cacciatori risulta essere di scarso interesse, se non affatto considerata in quanto ritenuta di disturbo alla pratica della caccia agli ungulati.

Grafico 4: volpi abbattute dal 1997 al 2013 – prelievo venatorio

Grafico 5: volpi abbattute dal 1997 al 2013 – prelievo venatorio e controllo rabbia

Per avere un’idea più precisa dell’andamento degli abbattimenti sul territorio provinciale, nel grafico 6 sono riportati i prelievi venatori dei 20 distretti faunistici raggruppati per area geografica. Da notare come fra le aree con il maggior numero di capi prelevati vi sia l’area sud-orientale che, per contro, dal grafico 3, risulta essere tra quelle a più basso IKA della Provincia.

Grafico 6: volpi abbattute dal 1997 al 2013 per area di gestione

Infine, per completezza, nei grafici 7 ed 8 si riportano rispettivamente il numero di volpi investite e rinvenute morte nel periodo 1993-2014. Come si può notare la somma dei capi investiti e rinvenuti morti risulta essere ben superiore ai capi effettivamente abbattuti.

Grafico 7: volpi investite dal 1993 al 2014 – dati Ufficio faunistico della PAT

Grafico 8: volpi rinvenute morte dal 1993 al 2014 – dati Ufficio faunistico della PAT

 

MODALITA' E PERIODI DI CACCIA ALLA VOLPE IN PROVINCIA DI TRENTO

Il periodo di caccia alla specie secondo le previsioni della L.P. 24/91 è compreso dalla 3° domenica di settembre al 31 gennaio, analogamente a quanto disposto dalla L.N. 157/92. Le prescrizioni tecniche adottate annualmente dal Comitato faunistico (ai sensi dell’art. 12 della L.P. 24/91) anticipano peraltro la chiusura della caccia al 15 gennaio.

Il prelievo dalla 3° domenica di settembre al 15 dicembre può essere effettuato con il fucile a canna liscia, mentre con il fucile a canna rigata può essere realizzato solo in concomitanza con la caccia agli ungulati. Nel periodo 16/12 – 15/01 la caccia alla volpe viene effettuata esclusivamente da appostamento fisso, preventivamente comunicato per iscritto alla Stazione Forestale dal Rettore della Riserva, unicamente con fucile a canna rigata, previa denuncia di uscita da imbucare nelle apposite cassettine. Il numero degli appostamenti massimi sono proporzionali alla parte di Riserva ricompresa entro i 1300 m di quota, nella misura di 1 appostamento ogni 250 ettari. È chiaro come nel periodo 16/12 – 15/01 la caccia alla specie sia fortemente limitata (ed in effetti si riscontrano poche Riserve in provincia di Trento che adottano tale tipologia di caccia, nell’ordine di 1-2 Riserve sulle 209 presenti in Trentino).

Ai sensi dell’art. 29 della L.P. 24/91 la caccia alla volpe non è inoltre consentita su terreno coperto da neve in tutto o nella maggior parte: ciò porta a limitare la possibilità di prelievo ben prima del mese di dicembre e, in alcune zone e/o in particolari anni, già all’inizio del mese di novembre. Considerato inoltre che ad inizio periodo autunnale il prelievo viene eccezionalmente praticato per non compromettere la caccia agli ungulati, si intuisce come la pressione venatoria nei confronti della specie sia estremamente contenuta, anche temporalmente.

Figura 3: Confronto periodi di caccia alla volpe

 

Grafico 9: media capi abbattuti per anno – anni 1997-2013

Grafico 10: capi avvistati nei sette Distretti con maggiori abbattimenti medi – anni 2011/2014

Dai grafici sopra riportati (l’analisi è limitata ai Distretti più significativi) risulta ancor più evidente come il prelievo venatorio a carico della specie sia decisamente basso, addirittura inferiore ai capi avvistati sui transetti rilevati nel periodo primaverile, che ricordiamo essere una esigua parte della popolazione stimata presente in provincia. Considerando poi che a fronte di un aumento del prelievo nel periodo 2010-2013 (vedi grafico 5, capi prelevati in caccia e per controllo rabbia) si registra comunque un incremento del numero digli avvistamenti (vedi grafico 1), si può concludere come il prelievo venatorio non incida minimamente nel condizionare la consistenza della specie che, per contro, segue una dinamica propria, influenzata da mortalità derivanti da patologie (vedi capitolo seguente) o competizione intraspecifica e da altri fattori non legati al prelievo venatorio.

Solo in alcune realtà vi sono Riserve o gruppi di cacciatori che si dedicano maggiormente alla caccia alla specie e che riescono a realizzare prelievi numericamente maggiori rispetto alla media provinciale. È il caso del Distretto Pergine-Pinè-Mocheni dove sono stati abbattuti, nel periodo 1997-2013, in media il doppio dei capi degli altri Distretti della provincia (vedi grafico 9), grazie ai prelievi effettuati in particolare da alcune Riserve di caccia. Ciò, a riprova del fatto che se vi fosse un maggior interesse verso la specie, con un aumento dello sforzo di caccia, si potrebbero incrementare di molto i prelievi senza comunque influenzarne la dinamica.